News

Work-life balance non è sinonimo di smart working: sfatiamo un mito

Work-life balance non è sinonimo di smart working: sfatiamo un mito

Lavorare da casa non è la stessa cosa che vivere meglio. Eppure molte aziende continuano a usare i due concetti come se fossero intercambiabili. Nel frattempo, il vero equilibrio vita-lavoro, quello che incide sulla parità di genere, sulla salute mentale e sulla cultura organizzativa, resta in larga parte irrisolto.

La scorciatoia che sembrava una rivoluzione

Dal 2020 in poi, lo smart working è diventato il simbolo del lavoro moderno. Un’acquisizione rapida, quasi improvvisata, che molte aziende hanno poi trasformato in un asset di employer branding: “da noi puoi lavorare da casa” è diventato sinonimo di azienda attenta alle persone e progressista.

Il problema è che lavorare da casa non è, di per sé, un atto di equilibrio. È uno strumento, e come tutti gli strumenti, dipende interamente da come viene usato.

Chi ha lavorato in smart working con riunioni dalle 8 alle 19, reperibilità continua e aspettativa di risposta immediata sui canali aziendali anche la domenica mattina sa esattamente di cosa si parla. La scrivania era in casa. L’equilibrio, da nessuna parte.

“Non esiste”: quando anche i grandi performer lo ammettono

C’è un dato culturale che vale la pena considerare: il dibattito sul work-life balance non riguarda solo le aziende e i lavoratori comuni. Riguarda chiunque gestisca più ruoli contemporaneamente sotto pressione.

Scarlett Johansson: attrice, imprenditrice e madre di due figli, ha dichiarato recentemente a CBS Sunday Morning che riconoscere l’impossibilità di un equilibrio perfetto è, paradossalmente, il primo passo per avvicinarsi a qualcosa di sostenibile. Nella sua visione, ci sarà sempre un “deficit” da qualche parte, nel lavoro o nella vita privata, e imparare ad accettarlo, senza auto-flagellarsi, è una forma di maturità. «Non puoi fare tutto bene tutto il tempo», ha detto. «La domanda da farsi è: è abbastanza?»

Questo mette in luce quanto il concetto di “bilanciamento perfetto” sia spesso una costruzione narrativa e quanto sia pericoloso usarlo come metro di valutazione delle politiche aziendali.

Cosa significa davvero work-life balance

L’equilibrio vita-lavoro non è una questione di luogo. È una questione di tempo, di cultura e di potere.

  • Di tempo: quanto ne ho davvero a disposizione, e quanto ne controllo io? 
  • Di cultura: l’azienda in cui lavoro premia chi è sempre connesso o chi sa staccare? 
  • Di potere: posso davvero dire “no” a una call alle 7:30 o uscire alle 17 senza sentirmi in colpa?

Il carico invisibile che lo smart working non alleggerisce

Lo smart working, in determinati contesti, non ha alleggerito il carico. In molti casi lo ha reso più pesante. La casa è diventata contemporaneamente ufficio, scuola, pronto soccorso emotivo e cucina. La sovrapposizione tra le sfere ha colpito soprattutto chi aveva già una doppia responsabilità.

Non si tratta di un problema di organizzazione personale. Si tratta di un problema di sistema che si è reso improvvisamente più visibile.

Cosa chiedono davvero i sistemi di gestione per la parità

La UNI/PdR 125:2022, la prassi di riferimento italiana per la parità di genere nelle organizzazioni, affronta il work-life balance in modo molto più articolato di quanto non faccia la maggior parte delle politiche aziendali.

Non si tratta di offrire un giorno di remote working in più. Si tratta di costruire un sistema che garantisca:

  • Congedi accessibili per tutti i generi. Non solo la maternità, ma la paternità. Non solo il diritto formale, ma la cultura che permette di esercitarlo senza penalizzazioni implicite o esplicite. In Italia il congedo di paternità obbligatorio è ancora di soli dieci giorni. Nel frattempo, in Svezia i padri possono prendere fino a 90 giorni in modo esclusivo.
  • Flessibilità reale, non performativa. Un orario flessibile che in pratica nessuno usa perché chi lo usa viene percepito come meno serio, non è flessibilità ma unicamente una policy sulla carta. La differenza tra flessibilità vera e flessibilità di facciata si misura nei comportamenti dei manager, non nel regolamento interno.
  • Una cultura del tempo che non premi la presenza. Il presentismo, fisico o digitale, è uno dei meccanismi più potenti di riproduzione della disuguaglianza. Se l’azienda premia implicitamente chi è sempre disponibile, sta penalizzando sistematicamente chi ha responsabilità di cura.

Il problema non è il divano, è il modello

Lo smart working è uno strumento utile. In certi contesti, prezioso. Ma non è una risposta alla domanda sbagliata.

La domanda giusta non è “dove lavoriamo?” ma “come trattiamo il tempo delle persone?”. E poi: “stiamo trattando il tempo di tutti allo stesso modo, indipendentemente dal genere, dal ruolo, dalla fase di vita?”

Finché le aziende risponderanno alla seconda domanda mostrando la policy di remote working, staremo ancora parlando di altro.

Il work-life balance vero, quello che ha un impatto reale sulla vita delle persone e sulla parità tra uomini e donne, richiede un cambio di paradigma più profondo: ripensare il valore del tempo, ridisegnare i carichi di lavoro, normalizzare i congedi per tutti i generi, misurare i risultati e non le ore, costruire ambienti in cui la cura non sia una variabile da nascondere ma una dimensione riconosciuta e protetta.

Non è “abbastanza buono”, per dirla con le parole di Johansson. O meglio: la domanda “è abbastanza?” è legittima per chi può scegliere. Per chi non può, per chi il deficit lo subisce per ragioni strutturali, di genere, di ruolo o di cultura aziendale, la risposta deve venire prima, e deve venire dall’organizzazione.

Non è una questione di benefit. È una questione di cultura. E la cultura, a differenza della policy, non si cambia con una circolare.

MiRò Comunicazione è impegnata nel rispetto della prassi di riferimento UNI/PdR 125:2022 per la parità di genere, promuovendo un ambiente di lavoro inclusivo e paritario.