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GEO: noi lo facciamo da anni. Solo che non lo chiamavamo così.

GEO: noi lo facciamo da anni. Solo che non lo chiamavamo così.

Tutti parlano di GEO – Generative Engine Optimization – come se fosse la grande rivoluzione del 2025. La novità che rende tutto ciò che sapevamo sulla SEO obsoleto. Posso capire l’entusiasmo. Ma da chi ha ottimizzato i contenuti per grandi brand legati al mondo del tabacco e del pharma quando ChatGPT non esisteva ancora, permettetemi di dire una cosa: la logica sottostante non è nuova. È evoluta.

Cosa è la GEO, per chi non vuole perdersi in tecnicismi

La GEO è l’insieme di pratiche che ottimizzano i contenuti non per il ranking nei motori di ricerca tradizionali, ma per essere citati, estratti e restituiti dai modelli generativi di intelligenza artificiale – ChatGPT, Perplexity, Google AI Overviews, Gemini.

In parole brutali: non basta più comparire in prima pagina su Google. Devi essere la fonte che l’AI sceglie di citare quando un utente fa una domanda.

Il gatekeeping si è sdoppiato: c’è ancora l’algoritmo di ricerca tradizionale, ma ora c’è anche il modello linguistico che decide cosa sa, cosa cita e cosa ignora. E i criteri non sono identici.

I blog che hanno anticipato tutto

Torniamo indietro. Abbiamo lavorato in tante industrie, dal tabacco al design, dall’automotive all’healthcare, e uno degli strumenti centrali era il blog: contenuti informativi, ben strutturati, ottimizzati per SEO, pensati per intercettare domande che il pubblico stava iniziando a formulare: le auto elettriche, il design innovativo, il nuovo prodotto nel settore farmaceutico. Cosa stavamo facendo, in realtà? Stavamo costruendo autorevolezza semantica. Stavamo creando contenuti che rispondevano a domande specifiche, con un linguaggio chiaro, una struttura logica, fonti attendibili. Stavamo posizionando un brand in un territorio informativo nuovo – quello della riduzione del rischio nel consumo di nicotina – in un momento in cui non c’era ancora un framework consolidato. Quella è esattamente la logica della GEO. Applicata alla SEO, anni prima che i modelli generativi entrassero nel mercato consumer.

Cosa ha cambiato l’AI nei processi di ricerca

Oggi un utente non apre necessariamente Google e non clicca su dieci risultati. Fa una domanda a ChatGPT o usa le AI Overviews di Google e ottiene una risposta sintetizzata. Se il tuo brand o la tua expertise non è tra i contenuti che l’AI ha indicizzato come attendibili, non esisti in quella risposta.

Il problema per molte aziende è che stanno ancora ottimizzando per un comportamento utente in continua evoluzione. Pubblicano contenuti per il ranking. Ma il ranking non è più l’unico metro. La GEO richiede contenuti che siano: strutturati in modo da essere facilmente estratti, autorevoli nella fonte, specifici nella risposta, coerenti nel tempo.

Non è rivoluzione. È evoluzione. Ma richiede che tu sappia già come costruire un contenuto che risponda a una domanda reale, non a una keyword.

La differenza tra chi la GEO la studia e chi l’ha praticata

C’è una generazione di professionisti della comunicazione che ha imparato la SEO sul campo – su brief reali, con clienti esigenti, in settori regolamentati dove ogni parola doveva essere giustificabile. Quella generazione ha una marcia in più oggi.

Perché la GEO non è solo tecnica. È la comprensione di come funziona la fiducia nell’informazione. Come si costruisce autorevolezza? Come si risponde a una domanda in modo che la risposta venga ricordata — sia da un umano sia da un modello linguistico.

In MiRò ci lavoriamo con consapevolezza metodologica. Non come trend da inseguire, ma come evoluzione naturale di un approccio che abbiamo sempre avuto: contenuto come sostanza, non come rumore.